Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013A conti fatti
Quando le opinioni sono numeri
Spending Review: iniziamo dalla PA

C'è una ragione politico-culturale, per cui è doveroso mettere in pratica la " revisione della spesa", iniziando dalla Pubblica Amministrazione: se lo stato, inteso come " apparato" coincide con la P.A., questo significa che la P.A. è ciò che dello stato il cittadino percepisce quotidianamente, nella sua sfera lavorativa (qualunque essa sia) e nella sua sfera privata (basti pensare per esempio all'attività di riscossione coattiva dei tributi, alle multe, alle tasse richieste per accedere a determinati servizi o all'università, ai ticket sanitari).
C'è poi una ragione più squisitamente economica e sociale, complementare alla prima: la Pubblica Amministrazione è uno dei principali settori di occupazione in Italia ed è conseguentemente un terreno di confronto e consenso per partiti politici e sindacati. L'amministrazione pubblica è, infine, la risorsa essenziale del capitale sociale, il motore di un territorio e di un Paese, la leva dello sviluppo. Una burocrazia appesantita, autoreferenziale, lenta non regge il passo spedito delle trasformazioni in atto e non aiuta il Paese a riconquistare competitività. Al contrario, perde e fa perdere terreno. Per queste ragioni, nessun serio dibattito sulle riforme strutturali necessarie per " rimettere in carreggiata l'Italia" può prescindere dalla rivoluzione della Pubblica Amministrazione. Ha mostrato di esserne ben consapevole il Governo, ed anche il Partito Democratico farebbe bene a dismettere le "residue timidezze" su questo punto.
Dalla legge quadro sul pubblico impiego fino ai più recenti interventi (l.69/2009 e d.lgs. 150/2009) si è, infatti, tentato di affrontare la riforma della macchina burocratica intervenendo lungo due direttrici: il ruolo della dirigenza e la gestione delle risorse umane, il rapporto tra politica e dirigenza, in questo ultimo ricomprendendosi anche la natura e qualità dei rapporti tra decentramento territoriale, e decentramento funzionale delle funzioni amministrative. Finché non si affronta il primo, non sarà possibile nemmeno approcciare il secondo.
Il ruolo del management pubblico, sotto il profilo dell'autonomia e della competenza e parallelamente la questione della contrattazione collettiva, frammentata in comparti molto differenti tra loro e ostacolo a un'effettiva professionalizzazione delle risorse umane e a una mobilità del lavoro pubblico sono stati però nella pratica finora solo enunciati e troppo poco ci si è soffermati sulla involuzione della responsabilizzazione del management prodotta dalle riforme degli ultimi anni. In luogo della teorizzata autonomia si è spesso finito per legittimare un vero e proprio sistema " duale" di governo della macchina pubblica. E anziché puntare su assetti organizzativi che velocizzassero i processi decisionali, si è preferito un accentramento delle stesse nelle qualifiche dirigenziali, con mortificazione delle professionalità collocate soprattutto nei livelli apicali della carriera direttiva, e con una gestione spesso irrazionale dell'istituto della posizione organizzativa. Il perché di queste " riforme mancate" sta forse nel fatto che da vent'anni una politica " debole" e disorientata non ha saputo elaborare una risposta organica alla mutata visione dell'equilibrio politica- magistratura, dopo il 92.
Una burocrazia forte e autorevole, qualificata e competente è, perciò, indispensabile per " coadiuvare" la politica a riappropriarsi di quella sfera di azione ed intervento alla stessa preservata e caratterizzata negli ultimi anni, da una lenta erosione da parte del complesso di soggetti (burocrati, imprese, tecnici) cui è attribuito il ruolo di interlocutori della politica, ma non di suoi surrogati o alter ego. Al contrario, una Pubblica Amministrazione, in cui il ciclo delle perfomance venga vissuto come uno stanco rituale da ossequiare per ricevere copiosi e indistinti premi di produzione " a pioggia" a un management troppo spesso sovradimensionato rispetto agli effettivi fabbisogni di personale di qualifica dirigenziale, è la miglior garanzia per una politica " debole" che abdica il proprio ruolo di indirizzo. E quindi, non basta ridurre il numero dei dirigenti (il dato macroaggregato non cambierebbe molto, riducendosi solo il numero di beneficiari di indennità non correlate a responsabilità che nell'organizzazione interna, sono sempre più spesso nella pratiche attribuite ai funzionari e finanche, grazie all'abuso dell'istituto delle " mansioni superiori" e delle varie indennità accessorie anche agli impiegati di concetto) ma stabilire senza ambiguità qual è e quale deve essere il ruolo della dirigenza pubblica, di che strumenti deve disporre e per quale tipo di organizzazione la dirigenza è pensata. Così come va ripensato il lavoro pubblico. Non ha senso che nella Pubblica Amministrazione odierna non sia commisurato al risultato anche il lavoro del funzionario e dell'impiegato di concetto. Ovviamente, tutto questo implica disporsi a un confronto " serrato" con rappresentanze sindacali quanto mai conservatrici sul tema, significa mettere in discussione il presupposto della scelta degli alti dirigenti sulla base della presunta o effettiva " fedeltà politica, significa non usare le indennità accessorie come gratifiche generalizzate, ma affrontare il tema dei livelli stipendiali medi (anche quelli generalizzati e modesti), della produttività del lavoro pubblico e anche del necessario superamento della dicotomia " contrattualizzati - non contrattualizzati". Troppo ambizioso? Forse… Ma, se non ora, quando?

Alessia Parlatore. Avvocato amministrativista e giuslavorista, legale presso ente pubblico. Specialista in diritto comunitario internazionale. Ha lavorato con ONG e presso il Ministero degli Esteri. Si occupa di sanità, riforma della PA regionale e dei servizi pubblici.
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