Settimanale di propaganda riformista

numero 104 del 22 maggio 2013

Visti da qui

Notizie dal mondo di fuori

Chi ha la Germania, ha l'Europa?

martedì 31 gennaio 2012. Categoria: Visti da qui, Autore: Alessia Parlatore

Chi ha la Germania, ha l'Europa?

L'attacco speculativo ai debiti sovrani e la conseguente crisi dell'euro hanno una dimensione meta-economica, evocando, sotto alcuni aspetti, i capitoli finali del " Deserto dei tartari". L'attendismo e la persistente riluttanza del governo tedesco a trarre le conseguenze politiche di quel ruolo di locomotiva economica e di Paese leader dell'Ue, di cui pure la Germania finora ha molto beneficiato, evidenziano non solo l'inadeguatezza attuale leadership tedesca, ma certificano soprattutto l'eclissi del direttorio franco- tedesco, quale surrogato di una effettiva guida politica europea.

L'integrazione europea ha proceduto fin dagli anni '90, per restare solo ad epoche più recenti, sulla strada di una unificazione monetaria, di cui oggi si riconoscono i limiti, l'inopportunità per alcuni aspetti della tempistica e le lacune, ma ha costantemente relegato nelle mediazioni per il rilancio seguite alle fasi d'impasse, a poco più che ad una enunciazione di principi, un qualsiasi organico e convinto progetto di evoluzione, anche e soprattutto politica. Non bastano, infatti, i progressi pur avviati con Amsterdam e soprattutto Nizza, con il riconoscimento di un acquis communautaire europeo in materia di diritti umani, cui anche gli Stati di nuova adesione avrebbero dovuto attenersi. Progressi, purtroppo, controbilanciati dal fallimento del progetto di Costituzione europea, dalle potenzialità - peraltro solo intraviste e mai davvero sperimentate - della new neighbourhood policy, e dalle criticità sottovalutate dell'allargamento  dell'UE da 15 a 25 Paesi del 2004, seguito nel 2007 dall'ingresso di Romania ed Ungheria.

L'inadeguatezza del direttorio franco-tedesco, inteso quale surrogato di un'effettiva governance politica europea non ha, tuttavia, come pure sarebbe quasi " naturale" concludere, la sua più conclamata manifestazione nella gestione della crisi della moneta unica, intrisa per molti aspetti di un inaccettabile ed irrealistico tatticismo attendista, quanto piuttosto nell'afonia dei leader di due Paesi, che pure tradizionalmente hanno mantenuto nella politica balcanica una delle linea direttrici principali della propria politica estera, in riferimento alla violazione dei diritti politici e civili in Ungheria, al pericoloso precedente del riconoscimento della cittadinanza ungherese anche a cittadini di etnia magiara residenti in altri Paesi dell'Ue. Solo recentemente, la Commissione europea, dunque l'istituzione che rappresenta la sede della composizione collegiale degli interessi comunitari più che dei singoli Stati,  ha avviato la procedura di infrazione nei confronti del Governo presieduto da Orbàn. Di più, la " situazione ungherese" è la cartina di tornasole - tutt'altro che secondaria- del fatto che l'impostazione funzionalista del processo di integrazione europeo, che trova il proprio reciproco nella primazia - de facto - del direttorio franco - tedesco, non è più adeguata a consentire all'UE di resistere all'onda d'urto dei Paesi emergenti e alla sfide della globalizzazione, ma finanche di far sentire la propria voce nelle crisi regionali - sia che queste si verifichino sul continente sia che attengano altre aree geopolitiche. Era, del resto, già accaduto nel 1999, quando la Nato varò il New Alliance's Strategic Concept. La Nato, dunque, non l'Europa, mentre le popolazioni dell'Ex Yugoslavia erano dilaniate da una guerra ai confini dell'Ue. Ed ancora, in occasione delle reiterate violazioni dei diritti umani e dei diritti delle minoranze perpetrate in Cecenia e da ultimo nella " primavera" nordafricana. E, tuttavia, è doveroso ed intellettualmente onesto anche aggiungere che l'occupazione di quello che potremmo definire uno spazio improprio da parte di due Paesi  fondatori è dovuta, soprattutto negli ultimi anni, alla " latitanza" dell'Italia, il cui contributo ai tavoli europei era venuto poco a poco a diminuire in qualità e intensità molto prima delle risatine di Merkel e Sarkozy. Spetta, dunque, anche all'Italia farsi protagonista, come nel '57, di una fase di "rilancio" e convinta sostenitrice di un necessario e ineludibile "salto di qualità" nella integrazione europea. Il modello di riferimento in questo senso non può che essere quello di uno Stato federale, in cui non solo l'elezione diretta di un Presidente del Consiglio europeo svolga la funzione di balancement del potere dei singoli Stati, il Parlamento europeo assolva la funzione di legislatore, si rafforzino il ruolo e i poteri della Commissione, e si avvii il superamento del sistema "a Tre Pilastri" nella prospettiva della costituzione degli Stati Uniti d'Europa.

In questo ambito, il Partito democratico può svolgere non solo un ruolo di leadership e liasonist tra le forze riformiste europee, ma anche quello di pioniere di una idea di Europa, che contribuisca in maniera originale all'elaborazione di un modello di rappresentanza politica europea, atto a superare non solo le tradizionali appartenenze popolare e socialdemocratica, ma anche il deficit di democraticità delle istituzioni comunitarie, che finora ci ha consegnato un 'Unione disunita in luogo di una "Casa comune europea". Quel progetto di Stato federale, finora sempre postergato, eluso, archiviato, fin dalla costituzione delle Comunità, oggi più che mai rappresenta l'unica risposta efficace alla crisi della sovranità statuale, erosa nel proprio modello culturale e  di sviluppo, nonché l'unica soluzione strutturale alla crisi dell'Ue, posta dinanzi a una domanda ad oggi non più eludibile: è ancora sufficiente "accontentarsi" di avere la Germania per avere l'Europa? O l'Europa federale è la sola alternativa ad un'Europa riottosamente combattuta tra la persistente accettazione della leadership tedesca e il ritorno antistorico alle sovranità nazionali?

Alessia Parlatore

Alessia Parlatore. Avvocato amministrativista e giuslavorista, legale presso ente pubblico. Specialista in diritto comunitario internazionale. Ha lavorato con ONG e presso il Ministero degli Esteri. Si occupa di sanità, riforma della PA regionale e dei servizi pubblici.

leggi tutti gli articoli di Alessia Parlatore