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Clint Eastwood, l'America e la Fiat

martedì 28 febbraio 2012. Categoria: Visti da qui, Autore: Giampaolo Scaglione

Clint Eastwood, l'America e la Fiat

Per capire il successo del commercial che è andato in onda tra il primo e il secondo tempo del Superbowl 2012, protagonista d'eccezione un Clint Eastwood a metà tra Gran Torino e Un mondo perfetto, si devono fare due passi indietro, uno breve e uno molto più lungo.

Accadeva infatti appena un anno fa che, nella medesima occasione sportivo/mediatica, la Chrysler affidasse il suo messaggio - costato peraltro nove milioncini di dollari - a un personaggio famoso almeno quanto l'attore lanciato da Sergio Leone - per chi se lo fosse dimenticato - ma di tutt'altro 'genere', ovvero il grande Eminem.

Sulla potenziale efficacia del testimonial niente da eccepire, purtroppo l'agenzia a cui si affida la casa di Detroit, sbaglia messaggio tentando in sostanza di diluire in un'atmosfera quasi onirica - anche la narrativa degli scenari suburbani di Detroit e la sua musica hanno un indubbio fascino - quel che la politica e la finanza, per non dire la vita quotidiana degli americani e quel che rimane del loro dream, non tacciono più da molto tempo: la crisi.

Trascorre un anno - negli Usa si vota per le presidenziali a novembre - e il Superbowl arriva di nuovo e con esso la necessità di creare un nuovo commercial per lo spazio tra la prima e la seconda frazione di gioco: stavolta, la Chrysler non può sbagliare e già la scelta di Eastwood - uno che sullo schermo ha la fama di duro - dice che il messaggio sarà un po' più aderente alla realtà delle cose.

Se Eminem, in quanto nativo di Detroit e cantore (anche) della violenza e dell'emarginazione ma anche del riscatto e del "farcela nonostante tutto" sarebbe dovuto bastare - e infatti pronuncia nello spot "This is Motor City, and this is what we do"- ­ il problema è che la crisi non è di immagine, ma sostanziale.

Per Eastwood, per i giocatori e gli spettatori, è intervallo, quindi è un momento di riflessione: "Entrambe le squadre nei loro spogliatoi stanno discutendo che cosa fare per vincere la partita nel secondo tempo", dice l'attore ma dal campo, dall'evento si passa subito alla realtà, in maniera anche brusca. "Anche in America è intervallo, molte persone sono rimaste senza lavoro e soffrono, chiedendosi cosa fare per avere la loro rivincita. Non è un gioco (…) chi abita a Detroit ne sa qualcosa, c'è gente che ha perso tutto ma non si arrende e la Motor City combatte ancora".

Subito dopo, dal "personale" al "privato", per quanto privata possa essere la vicenda di uno come Eastwood, il quale ammette di avere, come tutti del resto, attraversato momenti 'sì' e momenti 'no'; "Ci è sembrato di perdere il cuore, a volte, quando la nebbia della discordia e delle divisioni ha reso quasi impossibile una corretta visione delle cose".

Però, la rivincita è possibile - una volta preso atto della crisi uno può lavorare per venirne fuori, no? È la stessa Detroit a mostrare che rinascere è possibile, che l'America "non può essere messa al tappeto da un solo pugno" e che "il secondo tempo sta per iniziare".

Se questo commercial voleva essere un atto d'amore verso Detroit, l'America e… la Chrysler ha colto nel segno: è stato importante averlo visto: anche una "fabbrica dei sogni" come la tv americana non ha paura di parlare di people out of work e di sottolineare che this isn't a game, pur nel bel mezzo dell'appuntamento sportivo statunitense per antonomasia.

Si sa che le vie della comunicazione politica sono infinite - il commercial della Chrysler è stato un messaggio anche politico - ed è difficile trovare qualcosa di davvero inedito; specie nei momenti di crisi, in mezzo al mare magnum delle parole di circostanza, ci sono anche delle riflessioni importanti, non (o non del tutto) ispirate dalla retorica da spot pubblicitario - fermo restando il giudizio positivo da attribuire all'operazione voluta dalla Casa automobilistica (euro)americana.

C'era un passo molto più lungo da fare indietro, rimasto quasi in sospeso: a proposito di crisi, era in corso nel marzo del 1976 il XIV congresso nazionale della Dc a Roma, quello in cui Benigno Zaccagnini diventò segretario del partito mentre Aldo Moro - in quel momento alla guida del suo quinto e ultimo governo - assumeva la presidenza del Consiglio nazionale.

Si parva licet, era un momento di grave crisi anche quello, almeno per il nostro Paese: un'economia in grave difficoltà, le evidenti tensioni sociali e la violenza politica avevano quasi portato allo stremo il nostro Paese.

Intervenendo all'assise nazionale dello scudocrociato, Moro, che tanta parte aveva avuto nelle vicende politiche interne ed estere dell'Italia del dopoguerra, pronunciò parole di grande onestà intellettuale e grande rigore: "Siamo in una crisi allarmante  ma crediamo nel suo superamento; puntiamo sull'avvenire di un paese sempre più ricco di energie, di intelligenza, di coraggio, di rispetto, di giustizia, di solidarietà. No, non sono pessimista. Vedo che tutto questo, anche se può in qualche misura tralignare, è il cammino dell'uomo, un andare più in alto ed avanti. (...) Insomma, malgrado la crisi, sotto la crisi, è un nuovo mondo che si affaccia ed al quale è doveroso ed insieme saggio dare spazio".

Non era e non è uno spot, ma c'è molta lucidità in quella che potremmo definire una vera e propria speranza dell'uomo politico democristiano, che di lì a due anni avrebbe conosciuto una fine orribile. Tra le tante parole sulla crisi, non ultime quelle di Eminem e di Eastwood, quelle di Moro hanno il pregio della sincerità: non si sa in realtà come e quando e a che prezzo se ne verrà fuori, ma deve esistere una volontà politica, una "consapevolezza democratica", per usare un'espressione dello statista.

Bando al pessimismo - sembrano dire Eastwood e Moro - in fondo è destino dell'uomo "andare più in alto ed avanti" e le crisi sono a volte il segnale che è arrivato il tempo per dare il meglio di se stessi. Per capirlo,  spesso si deve arrivare all'intervallo tra il primo e il secondo tempo.

 

Giampaolo Scaglione

Giampaolo Scaglione. Laureato in lettere classiche all'università di Messina, giornalista e web content editor. Segue con costanza le vicende della politica e il confronto all'interno del Partito Democratico. Appassionato di letteratura, musica pop-rock, calcio e basket Nba.

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