Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013Visti da qui
Notizie dal mondo di fuori
Israele, la sinistra e il nostro tormento

Più passa il tempo e più mi convinco che Israele sia l'argomento sul quale, per un progressista, esprimere un'opinione serena sia più faticoso, snervante, e in ultima analisi avvilente. Non difficile, non complesso, ma inevitabilmente ambiguo e perciò sfiancante. Il problema è che qualunque espressione laica - che non vuol dire equidistante, né tanto meno "equivicina" - su Israele, anche soltanto un racconto di cronaca, viene inevitabilmente inquadrata in cui prodest da Guerra Fredda. Qualche giorno fa, a conclusione di un articolo a proposito degli attivisti pro-palestinesi cui è stato rifiutato l'ingresso in Israele, e quindi in Palestina, scrivevo:
Questo è il grande equivoco che si trovano a vivere tante persone di sinistra, o anche liberali, incastrati fra i due fronti di ultrà israeliani e palestinesi. Costretti dalla solita strategia dei primi, a dover sempre accompagnare ogni legittima critica a Israele con un contraltare palestinese, per poi sentire quelle considerazioni contestate sulla base della canaglieria di chissà chi altro. Ma vivendo sempre il sottile malessere del rendersi conto di come gli unici disposti ad ascoltare quelle stesse critiche siano quelli ai quali - di tali violazioni - non interessa davvero nulla quando non c'è sopra il timbro con la Stella di Davide.
È possibile criticare Israele per le sue violazioni e al tempo stesso notare l'enorme sproporzione fra l'attenzione che ricevono quelle violazioni rispetto a quelle ben peggiori che commettono decine e decine di Stati al mondo? È possibile sdegnarsi per il comportamento di un soldato israeliano come ci si sdegnerebbe se quel soldato fosse francese o australiano, senza dover necessariamente schiarirsi la voce menzionando le equivalenti e peggiori violenze compiute ai quattro lati del mondo (arabo)? È possibile criticare l'unica-democrazia-del-Medioriente quando si comporta in maniera meno democratica, o ciò la rende immune alle critiche? Dovrebbe essere possibile, se la discussione non fosse intorbidita da anni di tifo e tic mentali.
Eppure quel mellifluo doppio standard che Israele subisce da una parte della sinistra (anche dalla destra fascistoide, ma di quello ci preoccupiamo meno) è un fatto in sé. Un fatto che, come detto, non assolve Israele - non bisogna mai confrontarsi con i peggiori, ma con chi si aspira a essere -, ma che costituisce un problema sostanziale. Perché i più feroci difensori della libertà di movimento e di autodeterminazione dei palestinesi non sono mai in prima fila a criticare la Siria o l'Iran? Eppure sono Stati che non violano soltanto il movimento e l'autodeterminazione dei proprî cittadini, ma anche la loro intangibilità, i loro diritti umani. La risposta a questa domanda non è sempre e necessariamente "antisemitismo", ma anche fosse moda o pregiudizio politico, è comunque grave e imbarazzante.
Ed è questo imbarazzo, questa ambiguità, a generare il tormento che qualunque persona che ragioni equilibratamente si trova a vivere ogni volta che riceve una mail, un commento, un articolo, che parla di qualche abuso perpetrato da Israele. Molto spesso si parla di azioni effettivamente opinabili - magari epurate di qualche parolone messo a caso, come apartheid o neocolonialismo -, di politiche che non accetteremmo dal Paese in cui viviamo, sia esso l'Italia, l'Inghilterra, o qualunque Stato occidentale. Ma vivendo sottotraccia la tendenza a indagare l'equità di chi scrive, o di chi ha mandato l'articolo, spesso sapendolo prigioniero di una tetra ossessione per Israele.
Perciò la soluzione è inevitabilmente fatta di lunghe premesse che qualifichino la propria opinione, di prefazioni e postfazioni che inghiottono ciascun ragionamento. Di menzioni di ogni volta che si è criticato, e con veemenza, questo o quell'altro Stato nemico di Israele. Il tutto perché, in un dibattito tanto asfittico, la titolarità di un'opinione - chi la esprime - vale quasi di più dell'opinione stessa, un principio contrario a ogni logica. E così l'unico modo per criticare Israele senza ricevere in risposta del benaltrismo - eh, ma perché non parli di quello che fanno gli altri Stati?!? -, è riuscire a emanciparsi dal gruppo dei nemici d'Israele agli occhi del proprio interlocutore, essendo sostanzialmente prigionieri di qualche farabutto o ignorante che odia gli ebrei oppure l'Occidente.

È a Londra, dove studia Relazioni Internazionali, dopo aver lavorato in Palestina e Burkina Faso. Ripartirà. Intanto ha una bici viola che si chiama Viola. Il suo blog è Distanti saluti. Twitter: @distantisaluti
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