Settimanale di propaganda riformista

numero 104 del 22 maggio 2013

Docks

Moli riformisti

Democrazia? Democrazia!

martedì 29 maggio 2012. Categoria: Docks, Autore: Arturo Parisi

Democrazia? Democrazia!

Pubblichiamo la relazione introduttiva di Arturo Parisi alll'iniziativa "Democrazia? Democrazia!" di sabato 19 maggio, che si è svolto a Bologna.
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Sulla preoccupazione per il presente e l'ansia per il futuro che attraversa il Paese, le nostre famiglie, e ognuno di noi, credo non sia necessario aggiungere parole.
Analisi, interrogativi, proteste, allarmi un tempo esclusive degli editoriali e dei commenti dei giornali sono ormai diventati sentimento comune. Superata la fase del discorso generale e astratto si vanno facendo personali e concreti. Chi non è stato già personalmente o da vicino toccato dalla crisi comincia a ragionare sul quando e sul come sarà da essa coinvolto e raggiunto. Sul quando e sul come, non più sul se.
E' in momenti come questi, in momenti nei quali la parola crisi torna a significare crisi, che tornano in mente le parole con cui Don Milani esortava a Barbiana i suoi ragazzi alla politica. "Uscirne da soli è l'egoismo. Uscirne assieme è la politica".
Ma è appunto in un momento come questo che in troppi si chiedono come la politica possa essere mai una via di uscita dalle difficoltà. Scambiata con i politici e con i partiti, la politica è infatti sentita da troppi non come la via attraverso la quale possiamo uscire dalle difficoltà, ma come la causa che li ha prodotti.
Nello spazio delimitato da una parte dalla tentazione di lasciarsi andare al tumulto di piazza contro i politici, e dall'altra da quella di delegare a chiunque, a condizione che politico non sia e non si dica, il disprezzo che è andato crescendo per i politici sta travolgendo la democrazia, che è per tutti noi l'unica forma che riconosciamo alla politica.
Mentre crescono tra i cittadini quelli che si interrogano se la DEMOCRAZIA abbia un senso, commentando il suo come con un diffidente interrogativo, noi siamo qua semplicemente per rispondere SÌ DEMOCRAZIA accompagnando la nostra speranza con un punto esclamativo.
Noi, noi italiani, così come gli altri popoli della vecchia Europa, sappiamo che la crisi a noi difronte è troppo più grande di noi perchè viene dai cambiamenti del Mondo, dal Mondo che cresce, ma anche dal fatto che questa crescita non è governata a livello del Mondo perchè il Mondo un governo non ce l'ha.
Abbiamo imparato tuttavia che anche noi che pensavamo di disporre di una sovranità, e di riuscire ad esercitarla attraverso un governo democratico, questa sovranità l'abbiamo in gran parte perduta. E per questo ci andavamo attrezzando per disporre in modo condiviso di una sovranità nuova, una sovranità più grande che ci consentisse di partecipare alla crescita e al governo del Mondo. la sovranità europea.
Lo sviluppo dei processi che noi stessi avevamo immaginato, auspicato e messo in moto ci ha trovati tuttavia impreparati, in ritardo sulle nostre parole.
Non abbiamo comunque alternativa. O i fatti annunciati raggiungono finalmente le nostre parole o rischiamo di perderci.
Su questo tema abbiamo chiesto ad Alfonso Iozzo di farci da guida con la sua competenza di economista e la sua passione di europeista, così come su questo e su altri temi ci illuminerà Romano Prodi, che salutiamo con affetto.
Dentro questa domanda, quella definita dalla questione aperta dalla soluzione inadeguata nel rapporto tra Euro ed Europa, e quindi tra la Moneta Unica Europea che c'è, e la Sovranità Democratica Europea che manca, sta la questione della nostra Democrazia.
Mancano ormai meno di 12 mesi al limite massimo entro il quale dovranno essere convocati i comizi elettorali per l'elezione del prossimo Parlamento. Questo significa che tra poco più di 10 mesi le forze politiche dovranno disporsi ai blocchi di partenza.
Con i ballottaggi di domani, e quindi la fine del turno amministrativo, il conto alla rovescia che ci separa dalla fine della legislatura scatterà in modo inesorabile.
Mai tuttavia ad una distanza così ravvicinata dalla scadenza sapevamo cosi poco sulla consultazione che ci attende.
Una cosa tuttavia la sappiamo. Col voto dovremo appunto dare risposta all'interrogativo che abbiamo prima richiamato. Quale Europa vogliamo? E di quale Italia abbiamo bisogno per stare in quella Europa e attraverso essa nel Mondo?
Che cosa dire sull'Europa e sull'Euro, sulla Moneta, sulla Sovranità, e sulla Democrazia, quella nostra e quella comune.
Che ci piaccia o no, le prossime elezioni assomiglieranno ad un Referendum, quel Referendum che Papadopoulos aveva immaginato per la Grecia e, dissero imprudentemente proposto, quel referendum che comunque i Greci finiranno per celebrare nelle prossime elezioni che li attendono.
E questo Referendum riguarderà appunto che cosa dire dell'Europa e in Europa, in Europa come italiani ed europei.
Dire del "che cosa" significa dire della crisi e del modo per uscirne.
Ma prima del "che cosa" e assieme al "che cosa" viene il "chi". "Chi" parlerà a nome nostro, e per nostra scelta guiderà il cammino che ci attende?
E qua sta il nostro ulteriore ritardo, come italiani. Se poco sappiamo sul "che cosa" ancor meno sappiamo del "chi". Anche in vista di una elezione di svolta quale fu quella del 1994, sapevamo poco. Di un dato eravamo tuttavia già in possesso, della forma essenziale della legge elettorale. Il referendum del 18 aprile del 1993 aveva infatti indicato al Paese al massimo livello di autorevolezza possibile, la direzione verso la quale incamminarsi. L'introduzione della regola maggioritaria.
Oggi invece della scelta che ci attende non sappiamo niente. Nè la regola di fondo, nè le regole, nè quali saranno le proposte in campo e i proponenti. Nulla.
Sarà un Hollande italiano che guiderà il cammino a partire da un mandato diretto dei cittadini contattando nella pienezza del suo mandato gli altri governi europei come abbiamo visto in questi giorni in Francia? Sapremo la sera stessa delle elezioni chi è stato scelto dai cittadini a guidare il Paese per una intera legislatura come capiterà dopodomani per i 100 comuni che vanno domani al ballottaggio?
Oppure assisteremo alla sequenza di consultazioni inconcludenti tra capipartito come vediamo in questi giorni in Grecia, come se assistessimo al film della nostra prima repubblica?
Fino a qualche giorno fa questa domanda aveva avuto purtroppo già una risposta, una risposta in greco. La risposta uscita dal tavolo dei capipartito che ruotava attorno alla cosiddetta bozza Violante, il ritorno al proporzionale e ai governi varati in parlamento alle spalle del voto dei cittadini.
Con la scusa della abrogazione del Porcellum si restituiva ai cittadini il diritto di eleggere i propri rappresentanti solo in parte e li si privava in aggiunta della possibilità di decidere sulla guida del governo.
Una scelta guidata dall'idea che dire democrazia è dire partiti, e che il ristabilimento del pieno potere dei partiti di guidare la Repubblica deve essere l'obiettivo di un insieme di riforme che metta finalmente termine al cedimento al populismo a alla democrazia diretta, aperto ventanni fa con i referendum istituzionali grazie alla introduzione al principio maggioritario.
Una scelta ancora aperta che ruota attorno ad una serie di provvedimenti che proprio in questi giorni vanno all'esame del parlamento accomunati tutti dalla intenzione di rafforzare una idea di democrazia come democrazia dei partiti. Il riconoscimento dei partiti come i soggetti principali della democrazia e la loro regolazione pubblica. Il riconoscimento di un finanziamento pubblico. La nuova legge elettorale fondata sul protagonismo dei partiti. E poi il pacchetto di riforme costituzionali tra le quali la sforbiciata nel numero di parlamentari e la conferma del bicameralismo ancorchè modificato.
Al centro di tutti questi provvedimenti sta tuttavia la questione sulla quale abbiamo chiesto ad Angelo Panebianco di guidarci con la sua competenza di scienziato politico e la sua passione di liberale.
Democrazia dei cittadini, e democrazia dei partiti. Sono i partiti l'altro della democrazia?
Sullo sfondo della crisi attuale, attorno a questi 2 fuochi
su "che cosa" e sul "chi" abbiamo deciso oggi di regalarci una giornata di riflessione.
Ce la siamo regalata da cittadini che sentono la necessità di ritrovare dei punti di riferimento che ci aiutino a non perderci nella nebbia e a non farci travolgere dalle passioni.
Ma non siamo arrivati a questo appuntamento inerti, e neppure intendiamo limitarci a restare in attesa di decisioni altrui.
Svolgendo un impegno ventennale prima attraverso i referendum istituzionali e poi in quella che fu la stagione dell'Ulivo nei mesi passati assieme ad altre forze di entrambi gli schieramenti, attraverso un comitato presieduto da Andrea Morrone che è qui tra noi e che salutiamo con affetto, nei mesi scorsi ci eravamo infatti messi al servizio della domanda di cambiamento e di speranza che avevamo sentito crescere assieme all'ansia e alla preoccupazione per il futuro.
Penso al 1.200.000 firme raccolte in un mese nello scorso settembre, raccolte dopo aver provato tutte le vie parlamentari, dopo aver atteso un inziativa, prima che l'ultima scadenza per l'appello ai cittadini scadesse definitivamente.
Lo ricordiamo tutti. Sotto il fiume di firme, il Porcellum sembrò agonizzare indifeso, e indifendibile diventò un Parlamento eletto attraverso una legge indifesa. Ci si disse. Cambieremo in pochi giorni.
Si aspettava la bocciatura della Corte, che arrivò puntuale, troppo auspicata, troppo annunciata, nonostante il parere diverso di 115 ordinari di diritto costituzionale.
Pur non condividendola l'abbiamo rispettata. Pur non condividendola l'abbiamo difesa da quanti invitavano alla protesta e all'azione, ho ancora nelle orecchie le invettive di Celentano da San Remo. L'abbiamo difesa per principio, per rispetto delle istituzioni.
Il resto è cronaca. Il lavorio degli sherpa e dei capipartito per tradire il referendum. Pensamenti e ripensamenti improvvisi dopo un turno parziale di amministrative. Uno spettacolo inqualificabile.
Il risultato è che da settembre son passati 8 mesi e molto meno sono ormai quelli utili che ancora restano. Le attese più pessimistiche sembrano avverarsi. O un Porcellum più sporco di prima, o restare al Porcellum che con un colpo di mano fu imposto in pochi giorni ai cittadini nell'ottobre di 7 anni fa.
E dire che proprio in questi giorni si sarebbe potuto celebrare il referendum. Come avevamo immaginato, quello che i partiti non volevano e non riuscivano a fare sarebbe stato deciso dai cittadini. E così si sarebbe riaperto il cammino.
Fu detto che il referendum, il suo svolgimento e la sua prospettiva, avrebbe innervosito il lavoro dei partiti e indebolito il governo.
E invece siamo qua a segnare il passo, sull'orlo del baratro. Mentre il Presidente della Repubblica ripete i suoi moniti invano.
E tuttavia a chi si chiede scettico DEMOCRAZIA?
Noi rispondiamo DEMOCRAZIA!

Arturo Parisi

Arturo Parisi. Professore di Sociologia dei Fenomeni Politici. Ministro della Difesa del secondo Governo Prodi e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel primo, ha diretto la rivista il Mulino ed è stato direttore dell'Istituto Cattaneo per circa vent'anni.

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