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numero 108 del 18 giugno 2013

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Siamo tutti Fratelli musulmani

martedì 19 giugno 2012. Categoria: Visti da qui, Autore: Lia Quartapelle

Siamo tutti Fratelli musulmani

Siamo tutti Fratelli musulmani. Può sembrare una provocazione ma lo è fino a un certo punto. L'intricata vicenda delle elezioni presidenziali in Egitto e delle decisioni di fatto golpiste prese dal Consiglio supremo delle forze armate e dalla Corte costituzionale tra giovedì e domenica non possono però lasciare molto spazio ai dubbi. Nei confronti dell'Egitto, chi sta con la democrazia sta con i Fratelli musulmani.

Fino a poco prima del voto, l'esito delle elezioni presidenziali sarebbe stato un second best: la scelta tra l'ultimo dei mubarakkiani Ahmed Shafiq e il candidato della Fratellanza musulmana Mohammed Mursi, era una scelta difficile sia per i protagonisti giovani e laici della rivoluzione sia per chi dall'estero cercava di applicare le proprie preferenze politiche alla situazione egiziana. Certamente, per gli analisti occidentali erano più attraenti figure come l'ex-presidente della Lega araba Amr Moussa, l'islamista indipendente Aboul Fotouh o il candidato nasserista Hameed Sabbahi, arrivato sorprendentemente terzo al primo turno.

Non siamo i primi a sostenere la Fratellanza musulmana: persino l'authoritative weekly  "The Economist", nel suo editoriale di questa settimana, consegnato alla stampa prima del verdetto della Corte costituzionale di giovedì, scriveva che tra Mursi e Shafiq per la continuità della rivoluzione egiziana preferiva il candidato della Fratellanza musulmana.

Ma poi è intervenuto il verdetto di giovedì. Come nella migliore delle tradizioni di chi fa politica in una situazione incerta e dalle regole molto labili, la giunta militare ha cambiato le carte in tavola prima che il gioco iniziasse. La sentenza della Corte costituzionale che di fatto ha annullato il Parlamento e poi il proclama costituzionale con cui la Giunta militare si è garantita poteri legislativi, la prerogativa di scrivere una nuova costituzione e i poteri sulle decisioni di un nuovo budget hanno sancito che non è importante chi vince le elezioni: chi si aspettava che il 30 giugno si completasse la transizione dei poteri dai militari a un governo civile dovrà attendere forse altri mesi di complicate negoziazioni tra i militari e i politici. Oppure, una nuova rivoluzione.

Per questo, chi oggi nel mondo sostiene la democrazia, non può che sostenere i Fratelli musulmani. Certo, un partito confessionale. Certo, un partito non progressista. Ma il vincitore non morale ma reale delle elezioni. Non si può sentirsi vicini al discorso di Obama al Cairo e poi, se il risultato delle urne non piace, fare finta che non sia successo nulla. Sono cose già successe nel 1991 in Algeria, con un costo in termini di vite difficilmente quantificabile, ma intorno alle centinaia di migliaia di persone. Lo stesso è accaduto nel 2006 in Palestina, quando Hamas vinse alle elezioni e Israele e le nazioni occidentali di fatto non accettarono di confrontarsi con i legittimi vincitori delle elezioni.

Un vero servizio alla diffusione di sistemi di governo realmente democratici si fa confrontandosi con le forme di partecipazione politica che la democrazia assume anche in contesti diversi da quelli occidentali. A partire dalle forze dell'lslam politico.

Lia Quartapelle

Lia Quartapelle. Ricercatrice presso l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), dove si occupa di Africa sub-sahariana. Insegna presso l'Università di Pavia. Fa parte della Segreteria provinciale del PD di Milano. Twitter: @liaquartapelle

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