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numero 104 del 22 maggio 2013

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Israele/Palestina: la soluzione “due Stati per due popoli” non è morta

martedì 10 luglio 2012. Categoria: Visti da qui, Autore: Bruno Segre

Israele/Palestina: la soluzione “due Stati per due popoli” non è morta

Il negoziato per porre fine al conflitto israelo-palestinese giace in letargo. Sui punti nodali del contenzioso la trattativa è ferma oggi là dove s'era fermata già vent'anni fa. Ormai tra entrambi i popoli serpeggia con insistenza il dubbio che la soluzione 'dei due Stati' resterà lettera morta.

Non condivide questo scetticismo Joel Braunold, un londinese di ventisei anni che a Harvard, nell'aprile scorso, ha vinto il concorso bandito dall'Avi Schaefer Peace Innovation Fund sul tema: "Qualora tu disponessi di risorse illimitate, come colmeresti l'abissale distanza che separa la società israeliana da quella palestinese?"

Ebreo osservante, seguace dell'ortodossìa moderna, dirigente per qualche tempo di One Voice ― un movimento d'orientamento pacifista che opera contemporaneamente, dal basso, nella società israeliana e in quella palestinese ― Braunold è convinto che per sbloccare il processo di pace ci voglia un'iniezione di fiducia reciproca. Non basta, cioè, che ciascuna delle due parti conosca l'altra sempre più a fondo ma occorre, piuttosto, che ognuna compia, anche nel proprio interesse, passi unilaterali volti a far sì che la soluzione 'dei due Stati' abbia più concrete possibilità di realizzarsi.

In questa prospettiva, che cosa può fare Israele? Braunold l'idea ce l'ha, e sembra l'uovo di Colombo: è necessario che nel nord e nel sud del suo territorio Israele avvii la costruzione di new towns ben dotate di servizi sociali ed educativi, nelle quali trapiantare le comunità trasferite dalla Cisgiordania. Queste new towns andranno collegate alla rete ferroviaria per consentire ai loro abitanti di mantenersi in contatto con i centri vitali dell'economia israeliana. È infatti importante che le migliaia di coloni cui verrà imposto il trasferimento non nutrano timori circa il 'dove' nel quale riavviare la propria esistenza, come accadde nel 2005 ai coloni fatti uscire da Gaza.

L'aspetto forse più innovativo dell'idea di Braunold sta nella nozione del trasferimento in blocco di comunità nella loro integrità. È infatti più facile che gruppi umani abituati a vivere in comunità superino il trauma dello sradicamento se, nelle località in cui verranno trasferiti, ritroveranno il tessuto delle comunità d'origine.

Ma a parte questi e altri dettagli di ingegneria socio-politica, ciò che più colpisce nel pensiero di Braunold è la sua certezza nell'imprescindibilità della soluzione 'dei due Stati'. Essa è più viva che mai, sostiene Braunold, per la semplice ragione che non ha un'alternativa realistica: lo Stato unico, binazionale, infatti, significherebbe la promessa di uno scontro armato permanente, all'interno di un medesimo involucro istituzionale, tra due nazionalismi in lotta per il controllo di uno stesso territorio considerato 'la patria' da ciascuno dei contendenti. Ma chi sarebbe mai in grado di creare un sistema di regole condivise da far valere in un simile contesto, segnato da minacce che ognuna delle due parti percepisce come 'esistenziali'?

Allorché ci si arriverà, la soluzione 'dei due Stati' sarà ovviamente un compromesso destinato, come tutti i compromessi, a lasciare insoddisfatte entrambe le parti in causa. Gli israeliani vedranno in qualche misura vanificate le sicurezze di cui godono attualmente; ai palestinesi sarà precluso l'esercizio senza limiti di quel diritto al ritorno al quale aspirano dai giorni della Nakba.

Finora due debolissime classi politiche hanno portato il processo di pace al fallimento. Tuttavia, rammenta Braunold, la soluzione 'dei due Stati' non è fallita, e coloro che la danno per morta sono sostanzialmente i massimalisti dei due campi, i paladini (chi a parole, chi con i fatti) della prosecuzione del confronto armato: insomma, quelli che inseguono l'illusione di una soluzione militare 'definitiva' a proprio vantaggio, oppure quelli che desiderano strumentalmente un ulteriore infinito protrarsi dello status quo.

Bruno Segre

Bruno Segre. Milanese, ha diretto per dieci anni Keshet: un periodico aperto a tutte le espressioni del mondo ebraico e a voci significative di culture 'altre'. Propugna un sionismo liberal. Antifascista, ottantaduenne, milita da sempre a sinistra.

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