Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013A letto con Marx
Il primo amore non si scorda mai
Il populismo della Camusso

Certo, si può cavillare sul fatto che Monti dovrebbe saper distinguere tra consociativismo e concertazione. Certo, Monti e Fornero dovrebbero avere consapevolezza dei rapporti di forza oggi presenti in Italia e della conseguente necessità di cercare soluzioni, se non proprio condivise, quanto meno non osteggiate dal movimento sindacale.
Ma, allo stesso modo, si dovrebbe chiedere a tutti coloro che, a vario titolo, hanno responsabilità politiche di riconoscere che il processo decisionale in Italia è particolarmente lento, farraginoso, inefficace. E a questo contribuisce anche quella prassi che passa col nome di concertazione, ma che in Italia, a differenza degli altri paesi europei, finisce col favorire il potere di veto di alcuni attori sociali nel contrastare soluzioni di governo.
Ora, se è giusto chiedere al premier Monti maggiore prudenza è altrettanto giusto chiedere a Camusso, alla Cgil (e ai suoi profeti nel Pd), di non trasformare la concertazione nel nuovo simulacro identitario preferito, visto che quello dell'art. 18 è stato scalfito. Si può capire che in una stagione di crescenti difficoltà e prevedibili tensioni possa essere assai utile a compattare i propri associati. Ma alla fine ci si caccerebbe nello stesso cul de sac ideologico e nominalistico dell'art. 18.
C'è però un altro punto nella querelle Monti-Camusso che vale la pena non sottovalutare. Camusso ha sostenuto che Monti, eletto dal Parlamento, non è legittimato perché, a differenza della Cgil, non ha preso voti popolari. Lasciamo perdere se il tesseramento al sindacato nelle forme in cui si diffonde oggi possa essere paragonato all'esercizio del voto popolare e concentriamoci invece su cosa implichi un'affermazione del genere.
Proprio nel momento in cui gli strali della sinistra sembrano tutti convergere contro le derive populiste e plebiscitarie (quelle che, per intenderci, svalutano se non negano il ruolo e la funzione degli organismi intermedi della rappresentanza e delle istituzioni democratiche), pretendere un'applicazione incondizionata del metodo della concertazione significa portare acqua al mulino del populismo.
Semplifichiamo: se il governo decide ai tavoli della concertazione con le parti sociali addio ruolo e funzione del Parlamento. Da questo punto di vista la posizione di Monti e Fornero è ineccepibile: è il governo che, ascoltate le parti sociali, decide e porta le proprie decisioni in parlamento. È la democrazia liberale bellezza!
Nell'affermazione della Camusso c'è, nemmeno troppo celato, un seme evidente di plebiscitarismo; lo stesso che agli inizi degli anni duemila vide Cofferati farsi leader antagonista di Berlusconi riempiendo le piazze con le sue manifestazioni. Ma la risposta più efficace non era contrapporre una piazza tinta di rosso ad un'altra tinta di azzurro, ma immaginare i meccanismi istituzionali più idonei a bilanciare, nel contesto di una democrazia parlamentare, lo strapotere (mediatico e politico) di un leader che piegava le regole democratiche alla presunzione di aver tratto dal voto popolare una sorta di legittimazione incondizionata a governare.
Alcuni proposero il rafforzamento dei poteri del capo del governo (nel quadro di un parlamentarismo equilibrato, con tanto di statuto delle opposizioni), ma la Cgil e il resto della sinistra gridarono allo scandalo, poiché non si potevano rafforzare i poteri del Presidente del Consiglio e dei ministri fintanto che al governo vi era Berlusconi. Salvo poi usare lo stesso modello (centralità mediatica, e bagni di folla) per sostenere quel Cofferati che dai più veniva indicato come l'unico leader politico della sinistra in grado di contrastare Berlusconi.
In quegli anni trova origine la deriva plebiscitaria della Cgil (a sua insaputa?), che non a caso da allora pensa di incarnare l'identità della sinistra piuttosto che a rappresentare il mondo del lavoro (quello stesso mondo del lavoro che non è più rappresentato dalla Cgil quanto meno dal 1993, cioè da quando fra gli iscritti del maggiore sindacato italiano prevalgono i pensionati).
Emergono così tutte le contraddizioni di un sindacato (ma anche di quella parte della sinistra che non vuole fare i conti con il pensiero liberale) che, se da un lato si rappresenta come una forza democratica, dall'altro esprime una visione di democrazia incastrata dentro una logica incline al plebiscitarismo. Con l'unica differenza, per nulla saliente, di attribuire alle (proprie) masse la capacità di legittimare e, al tempo stesso, di definire le (altrui) masse come espressione del populismo! Monti non prende voti, Monti non è legittimo! E il Parlamento? Non lo ha forse legittimato con un proprio voto di fiducia? Perché se così non fosse, come sarebbe possibile resistere alla pretesa berlusconiana (l'agghiacciante ritorno) che l'aver preso i voti legittima qualsiasi comportamento?
Crediamo che ragionare sulla cultura democratica che emerge in maniera strisciante dai comportamenti della Cgil e, come in questo caso, dalla pessima uscita della Camusso, possa essere di una certa utilità. Anche perché è possibile ravvisare in quella cultura gli stessi limiti di posizioni espresse all'interno del Pd.

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