In una rivolta, come in un romanzo, la parte più difficile da inventare è senz'altro la conclusione
Settimanale di propaganda riformista
numero 104 del 22 maggio 2013Bar Sport
L'unica saggezza è quella del popolo
Il Pd e il lavoro pubblico

Ho avuto l'occasione, un paio di settimane fa di leggere il documento introduttivo della Conferenza nazionale sul Lavoro. In esso si accennava al "lavoro nel pubblico impiego" ( tutto minuscolo…) con un tranchant " occorre valorizzare le risorse nella pubblica amministrazione" (?!). Ora, a parte che qualche volta nel riferirsi ai lavoratori subordinati nel Pubblico Impiego sarebbe bello - e molto democratico - apostrofarli come "persone" anziché come risorse che attendono una "valorizzazione democratica", spiace osservare come questa frase di per sé sia due volte sbagliata.
In primo luogo, perché banalizza la questione senza fornire soluzioni culturalmente, giuridicamente ed economicamente alternative al dogma brunettiano fino a qualche mese fa imperante. In secondo luogo, perché dimostra che più di qualcuno nel PD non si è mai posto il problema del Lavoro nel settore pubblico, se non per assiomi. Questo ultimo punto denota che finora sul tema della pubblica amministrazione e, specificatamente, del personale del pubblico impiego abbiamo saputo dire poco e male.
La Pubblica Amministrazione (in maiuscolo) rappresenta in Italia una quota importante del settore "Servizi", perciò finché il dibattito sul tema "Lavoro" oscillerà nel PD tra tentazioni di neo-operaismo e tentazioni astrattamente neo-liberiste, il tema del lavoro pubblico e della riforma della Pubblica Amministrazione sarà sempre affrontato in maniera parziale e insoddisfacente. Ciò che non funziona nella P.A. e la rende inefficiente è la gestione del personale, troppo spesso improntata a un modello tradizionale di gerarchia piramidale, che rallenta i processi decisionali, impedisce di fatto una responsabilizzazione dei livelli impiegatizi, e una de professionalizzazione dei funzionari, spesso preposti ad uffici uni personali, e fraziona le responsabilità. La risposta non è rafforzare i poteri dirigenziali, già oltremodo incisivi, ma ridisegnare le dotazioni organiche sulla base degli obiettivi istituzionali da conseguire.
Riorganizzare gli uffici accorpando funzioni e personale, ridurre i mansionari per area e categorie ad aree omogenee, semplificare i comparti di contrattazione, elaborare piani di fabbisogno formativo strutturati sulle esigenze di programmazione del singolo ente. Delegare l'esercizio di funzioni dalle unità complesse all'unità organizzative semplici, conferiti sulla base di procedure di valutazione comparativa e in ossequio ad un principio di effettiva rotazione biennale degli incarichi. Magari confinando in soffitta la fantozziana boiata pazzesca che i "funzionari ancorché responsabili di unità organizzativa non sono idonei a manifestazioni di volontà che impegnino l'amministrazione verso l'esterno" e introducendo nella contrattazione collettiva l'istituto della vice-dirigenza e finalmente disciplinando le " alte professionalità".
Finora, quando è andata bene, ci si è limitati a introdurre nei regolamenti degli uffici istituti "clonati" sulle posizioni organizzative, laddove sarebbe stato più utile prevedere istituti differenti con responsabilità e funzioni differenti… La metafora dell'impiegato tradizionale, per definizione fortunato, furbo e fannullone, per ammantare di lotta simil - ideologica l'aggressione a una categoria che - fino a qualche tempo fa e fino a quando sul tema avevamo qualcosa da dire - votava in buona parte per il centrosinistra, tende a diventare sempre più marginale e il Partito Democratico sembra non accorgersene del tutto, dimostrando una persistente "subalternità culturale" proprio su uno dei temi, che dovrebbe distinguerci come alternativa a un centrodestra ancora non avviato alla maturità politica: il lavoro in tutte le sue forme e il lavoro nei servizi.
La maggior parte dei pubblici dipendenti si impegna quotidianamente a mostrare la propria professionalità, in uffici dove il fordismo applicato alla produzione continuativa di determinazioni dirigenziali e di copie multiple di atti, applicato alla pausa mensa di 30 minuti -sennò poi si deve recuperare - è entrato tardi e male con la privatizzazione del pubblico impiego. Che, probabilmente non ha necessità di " essere ulteriormente privatizzato o masterizzato", bensì di mettersi - ed essere messo - nelle condizioni di essere efficiente e, dopo anni di generici vituperi all'indirizzo di qualsiasi cosa fosse " pubblica", finalmente considerato una opportunità e non un peso, né una risorsa "in attesa di perenne valorizzazione", perché - dopo tutto - è " al servizio esclusivo della Nazione".

Alessia Parlatore. Avvocato amministrativista e giuslavorista, legale presso ente pubblico. Specialista in diritto comunitario internazionale. Ha lavorato con ONG e presso il Ministero degli Esteri. Si occupa di sanità, riforma della PA regionale e dei servizi pubblici.
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