Settimanale di propaganda riformista
numero 108 del 18 giugno 2013Docks
Moli riformisti
L’Agenda Monti nella nuova legislatura

Se l'Eurozona fosse una nazione, sarebbe in perfetto equilibrio: debito pubblico non eccessivo, inflazione attorno al 2%, debito privato basso e pareggio delle partite correnti con il resto del mondo.
Ma l'Eurozona non è una nazione, e i suoi squilibri interni minacciano ormai l'esistenza dell'Euro e, con l'Euro, della stessa
Sono squilibri che riguardano l'economia reale - il livello dell'occupazione, dei salari, della produttività del lavoro e dei fattori, dei prezzi, la bilancia commerciale - sui quali agisce la speculazione finanziaria.
Delors, nel suo rapporto del 1989, lo aveva scritto chiaramente:l'obiettivo dell'Euro è la maggiore crescita tramite l'integrazione economica, stimolata dalla integrazione monetaria. Obiettivo conseguibile a tre condizioni: la mobilità del fattore lavoro, la flessibilità dei salari in rapporto alla produttività, e soprattutto un "intenso ed effettivo coordinamento della politica economica" e fiscale. Tre condizioni - soprattutto l'ultima - che leadership europee incerte e prive di visione non hanno saputo e voluto realizzare. Sia quando ha prevalso il centro-destra, sia quando c'è stata prevalenza dei governi di centro-sinistra.
Risultato: i Paesi che hanno saputo fare le riforme (soprattutto la Germania di Schroeder e Fischer), hanno potuto giovarsi pienamente della moneta unica. Gli altri, tra i quali noi, sono finiti nei guai per impotenza riformista.
Se questa è la vera causa della crisi in cui siamo immersi - una causa che si è formata prima di Berlusconi e che Berlusconi ha contribuito ad approfondire, ma che non viene rimossa rimuovendo Berlusconi - bisognerà che essa venga affrontata attraverso una strategia che - in Europa e in Italia - la riconosca per quello che è.
Da questo punto di vista, è evidente che non funziona la cura della "austerità espansiva", presa a sè, cioè considerata autosufficiente.
"Riducete in modo credibile il debito pubblico eccessivo, fate qualche riforma strutturale e vedrete che l'economia riparte". Questa la ricetta, che nella sua versione ordoliberale alla tedesca assume come propria essenziale componente una sorta di fobia per l'inflazione. C'è del buono, in questa ricetta, ma quest'anno di crisi dell'Unione monetaria dimostra che non funziona.
Non funziona però nemmeno la ricetta opposta: "l'austerità è comunque insostenibile e produce solo decrescita e disoccupazione. Quindi, sostegno della domanda aggregata, anche nei paesi in squilibrio di finanza pubblica e con la bilancia commerciale in deficit. E se bisogna accrescere di molto il debito pubblico e l'inflazione, beh.... facciamocene una ragione".
Anche in questo caso, c'è del buono: è vero che l'Unione in quanto tale e i paesi in surplus debbono far crescere la domanda, anche rischiando un pò di inflazione in più. Ma, nella sua versione unilaterale, non può funzionare: sottovalutando le riforme strutturali non rimuove la vera causa degli squilibri dei paesi in difficoltà, mentre pretende di ignorare che questi ultimi hanno già adesso difficoltà a finanziare il loro debito sui mercati. L'omeopatia - curare il debito con il debito - non è praticabile: ci vogliono gli antibiotici.
Ecco cosa significa "agenda Monti", per l'Europa e per l'Italia. Significa prendere il buono e rigettare il cattivo di entrambe le ricette unilaterali che ho appena descritto, delineando una sorta di "terza via", molto ferma sul piano dei principi quanto pragmatica, duttile nella sua gestione e attuazione pratica.
Tutta la disciplina fiscale necessaria, senza chiedere sconti, ma rivendicando appieno il carattere "strutturale" e non nominale, degli obiettivi fissati dal fiscal compact e dalla nuova regola costituzionale. Riducendo drasticamente la spesa corrente e accrescendo quella per investimenti sugli essenziali fattori di produttività (ecco la golden rule in Europa e la revisione della spesa in Italia). Riducendo le tasse sui fattori produttivi e accrescendo quelle sui patrimoni e i consumi (ecco lo scambio tra IMU e IRAP del salva Italia e la lotta all'evasione IVA, perché qui non è questione di aliquote, ma di IVA pagata dai consumatori e non versata). E poi riforme strutturali, dal lato dell'offerta, che agiscono nel tempo ma cambiano subito le aspettative; perché quelli che nei paesi in difficoltà sembrano problemi di debito pubblico sono soprattutto problemi di produttività (ed ecco, in Europa, la lettera dei 12 Governi, compresa l'Inghilterra, per l'effettiva realizzazione del mercato unico e, in Italia, le liberalizzazioni, la riforma del mercato del lavoro)...
Ecco cos'è l'agenda Monti che noi chiediamo al PD di portare nella prossima legislatura, dopo averla sostenuta con convinzione anche nei mesi che ci separano dalla primavera del 2013: è quell'insieme di visione sul futuro, di posizioni politiche e soluzioni programmatiche che scaturiscono da una cultura politica che ha operato una esplicita rottura di continuità con la visione della sinistra socialdemocratica del passato. È la cultura che il PD ha messo a fondamenta del suo atto di nascita, e che mal si concilia con l'idea della divisione del lavoro tra progressisti e moderati, da mettere a base della loro tradizionale alleanza.
È la cultura politica dei Democratici, che pretende di mettere al servizio della lotta senza quartiere alla disuguaglianza il dinamismo della distruzione creatrice del mercato; che vuole accrescere la capacità di decidere delle istituzioni democratiche perché non vuole che la tragica crisi dei partiti diventi - come è accaduto in Grecia - crisi della democrazia.
È una cultura politica che ispira soluzioni pragmatiche e realistiche, e per questo assume le virtù e le capacità di mediazione di quello che viene comunemente inteso come moderatismo politico, ma le colloca nella sua ambizione a guidare il radicale cambiamento di cui il Paese ha bisogno. In tutti i campi, nessuno escluso. E, proprio per questo, non concepisce il campo del moderatismo come altro da sé.
In buona sostanza, io penso che il PD non debba rinunciare ad essere davvero se stesso, accettando di "esternalizzare" verso liste civiche o altri partiti la funzione politica per la quale è nato: rappresentare la maggioranza degli italiani, fornendole lo strumento politico che non ha mai avuto, cioè un grande e unitario partito dei riformisti.
Per questo, credo fermamente che siano mal indirizzate le accuse che ci sono state rivolte, parlando di una sorta di "fastidio" dei nostri militanti per il documento da noi stilato. È vero esattamente l'opposto: partendo da posizioni e giudizi anche in parte diversi, noi abbiamo condiviso una dichiarazione di fiducia nel PD e nella sua capacità di essere all'altezza della crisi del Paese.

Enrico Morando. Senatore dal 1994, leader della componente Liberal dei Ds, è stato direcente l'estensore del Programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto per Donzelli nel 2010 "Riformisti e comunisti? Dal Pci al Pd. I miglioristi nella politica italiana". Presidente di LIBERTÀeguale.
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