Settimanale di propaganda riformista

numero 108 del 18 giugno 2013

Le bombe intelligenti

Armi di riformismo di massa

Il destino delle parole

martedì 7 agosto 2012. Categoria: Le bombe intelligenti, Autore: Gianfranco Borghini

Il destino delle parole

Nel Pci le parole erano pietre e il loro significato era inequivocabile. Nella seconda metà degli anni '70 ci fu un congresso (credo fosse il 15°) al centro del quale fu posta la questione del trattino: se dovesse, cioè, conservarsi nello Statuto del Partito la formula canonica Marxismo-Leninismo ovvero modificarla in Marxismo e Leninismo. Nel primo caso si sarebbe ribadita la concezione sovietica del corpo dottrinario unico mentre nel secondo, distinguendo l'opera di Marx da quella di Lenin, si sarebbe aperta la via alla revisione dell'opera di quest'ultimo, ivi compresa la Rivoluzione d'ottobre. Fu scelta, ovviamente, la seconda formulazione e lo Statuto fu cambiato. Amen!

Negli anni '80 fu la volta del termine "riformista". Prima aborrito (siamo Riformatori, non riformisti! arzigogolava Reichlin su Rinascita), fu poi utilizzato da Occhetto nel marzo 89, affiancato però dall'aggettivo qualificativo " forte" (per distinguerlo evidentemente da quello considerato debole di Craxi ) che Paolo Bufalini si incaricò subito di tradurre  nel romanesco "gajardo ". Stessa sorte era stata del resto riservata alla ben più decisiva parola "democrazia" che non veniva quasi mai utilizzata da sola, ma sempre in abbinata con termini quali: diretta, reale, di massa. In compenso la parola "socialdemocrazia" non entrò mai nel lessico familiare del Pci, neppure affiancata ad aggettivi qualificativi. Quando crollò il comunismo si preferì dire (D'Alema) che anche la socialdemocrazia europea non se la passava poi tanto bene e che si poteva perciò evitare di fare imbarazzanti riferimenti alla tradizione del Socialismo democratico europeo limitandosi a chiamare il nuovo partito  "democratici di sinistra". Come osservò acutamente Ernesto Galli della Loggia, quella scelta è all'origine del vuoto identitario del Pds prima e del Pd poi.

Oggi è il turno della parola "progressista". Pier Luigi Bersani la utilizza disinvoltamente come se fosse un sinonimo di riformista il che, invece, non è. Si può infatti essere progressisti senza per questo essere riformisti. L'esempio estremo è quello di Stalin che prese per i capelli la Russia arcaica e cercò di trasformarla con i suoi folli piani quinquennali in una moderna potenza industriale. Ma lo stesso può dirsi per tutti i riformatori e i modernizzatori dall'alto: dallo scia di Persia Reza Palewi, a Nasser sino al Liu Shiao Chi del Grande balzo in avanti.

Lo stesso termine "rivoluzionario", a ben vedere, non è poi così preciso nel suo significato come generalmente si crede. Si può infatti essere rivoluzionari, ma odiare tal punto la modernità e il progresso da agire come reazionari cercando di fare andare indietro le ruote della storia. E' il caso del cambogiano Pol Pot (un genocida), del Mao della rivoluzione culturale o del satrapo albanese  Enver Hoxia (il primo e l'ultimo entrambi laureati alla Sorbona).

Il termine riformista è invece inequivocabile. Il riformista non vuole cambiare il mondo, vuole soltanto migliorarlo. Non pensa affatto a creare l'Uomo nuovo, ci mancherebbe altro! Vuole, per quanto possibile, accrescere la capacità degli uomini di comprendere la realtà in cui vivono per poterla migliorare. Concepisce le riforme come aggiustamenti progressivi, sempre reversibili se si rivelano sbagliati, e non come traumi radicali. Per questo agisce dal basso, per via democratica, e non dall'alto, attraverso le oligarchie. Il riformismo è, insomma, l'erede dell'illuminismo scozzese. Deve molto di più alla Rivoluzione Inglese e a quella Americana, che non a quella Francese. Per motivarsi il riformismo non ha affatto  bisogno di avere di fronte un nemico da battere. Gli è sufficiente la razionale comprensione dei problemi della nostra società e degli inciampi che bisogna superare per farne una società sempre più aperta. Tutte le opinioni relativamente a questi problemi e al  modo migliore per affrontarli sono legittime e in caso di dissenso ci si limita a dire "we agree to differ" e non a demonizzare l'avversario. Anche per questo il riformismo è del tutto incompatibile col giustizialismo che invece ammorba il clima politico italiano.

Se davvero Bersani vuole unificare il campo delle forze di progresso farebbe bene, a mio avviso, a tenere in mente queste distinzioni.

Gianfranco Borghini

Gianfranco Borghini. Deputato del Pci-Pds tra il 1983 e il 1992. Dal 1992 al 2005 ha gestito il Comitato di coordinamento delle iniziative per l'occupazione a Palazzo Chigi. Dal 2005 al 2007 ha coordinato il dipartimento per le politiche industriali del Ministero dello Sviluppo economico.

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